Io non chiamo il 113 !

Potremmo metaforicamente immaginare la Giustizia come una tela di ragno che ha al suo centro la prigione. I fili più grossi e più vicini al centro sono quelli più visibili e conosciuti: giudici, sbirri, secondini. Quelli più periferici sono anch’essi facilmente riconoscibili, se si fa un po’ d’attenzione: guardie private, psicologi, assistenti sociali, mediatori di ogni tipo, etc. Ma il lavoro di tutte queste persone non potrebbe bastare da solo a raggiungere il fine della Giustizia, cioè difendere il Potere (politico, economico, morale, etc.) e mettere all’opera in buon ordine la plebaglia di lavoratori/consumatori. Ma abbandoniamo la metafora: la collaborazione della “gente” è indispensabile al buon funzionamento della macchina poliziesca e giudiziaria.

Molti processi non potrebbero essere celebrati senza testimoni. Recentemente, il governo ha anche formalizzato la figura del “collaboratore di giustizia” o pentito [ispirandosi alla normativa italiana in merito, NdT]. Si tratta di qualcuno che infama altri per beccarsi meno (o niente) galera ed in sovrappiù ricevere protezione e denaro dallo Stato. Più in generale, la polizia fa sistematicamente ricorso ad informazioni raccolte fra i “cittadini”, per prevenire delitti o trovarne gli autori. Un buon esempio di questa pratica sono le “inchieste di vicinato”: le guardie vengono a casa tua e ti chiedono d’infamare il tuo vicino o di raccontare qualcosa che è successo.
Ci sono momenti magici in cui la normalità si incrina ed intravediamo la possibilità di una vita diversa. È stato il caso delle sommosse di Londra, nell’agosto 2011, quando interi quartieri sono stati rivoltati da cima a fondo e un bel po’ di strutture che ci rovinano la vita sono state attaccate. Quando lo Stato ha poi voluto vendicarsi, gli sbirri avevano migliaia di immagini dei saccheggi (telecamere di sorveglianza pubbliche o private, video e foto presi da “buoni cittadini”, etc.). Era però impossibile trovare i rivoltosi soltanto grazie alle loro facce. Le divise hanno quindi fatto largo appello alla delazione, con foto in formato gigante esposte nelle strade, pubblicate sui giornali e su siti internet (tutto ciò accanto a metodi più “energici”, come raid massicci e perquisizioni nei quartieri popolari).
Per quanto concerne la “prevenzione”, anche lì ognuno conosce mucchi di esempi. Gli sbirri e le loro imitazioni (guardie private, vigilantes delle case popolari, mediatori comunali, controllori…) passeggiano un po’ dovunque, ficcano il naso, ci controllano e se è il caso ci portano via. Ma la cosa più grave è che fra la “gente” vi è spesso una propensione a collaborare attivamente con gli sbirri. Si va dal “buon cittadino” che ti sgrida se butti un fazzoletto sul marciapiede, al tipo che va a infamarti dal guardione del supermercato quando ti vede rubare; dal vicino che chiama gli sbirri se c’è troppo rumore, all’infame tout court. Dal commerciante (legale o “illegale”, poco importa) che è un po’ troppo amichevole con gli sbirri perché ha i suoi sporchi affari da difendere, si va fino ad associazioni di infami volontari, quali i “vicini vigilanti” [1] . Si tratta puramente e semplicemente di una forma di controllo sociale informale, una solida stampella indispensabile al controllo istituzionale della polizia e degli organi giudiziari. Eppure, a volte basterebbe semplicemente tacere o dire: “Non so niente, non ho visto niente”. Basterebbe saper identificare chiaramente i propri veri nemici: non gli altri poveri, ma quelli che creano e gestiscono la povertà, che hanno un potere sulle nostre vite.
Che dei ricchi (o quelli che si credono tali, per differenziarsi dalla miseria generalizzata) si mettano dalla parte degli sbirri, non è strano. D’altra parte le guardie esistono proprio per mantenere i poveri al loro posto e ricordare loro il rispetto dell’autorità e della proprietà, nel caso in cui non l’avessero bene imparate a scuola, in famiglia, al lavoro, etc. Ma perché la donna delle pulizie si identifica con il suo ricco datore di lavoro fino a condannare chi ruba nel negozio? Bisognerebbe chiedersi perché certi valori (e comportamenti) degli sfruttatori sono diventati anche quelli degli sfruttati. In effetti, questa servitù volontaria che non viene percepita come servitù, ma come “portare il proprio contributo al bene comune” o più banalmente come “siamo tutti nella stessa barca” è una dei sostegni più formidabili dell’autorità.
Ci sono sbirri dappertutto, a volte anche nelle nostre teste (siamo tutti più o meno figli di questa società) e ci chiedono ancora di infamare qualcun altro? Basta! Un cambiamento radicale dei rapporti interindividuali, la libertà, si produrrà soltanto con un sovvertimento completo di questo mondo: la rivoluzione. Ma perché non cercare di risolvere già da ora i nostri confitti da soli, senza far ricorso alla macchina della Giustizia e senza per forza sbranarci gli uni gli altri? Si tratterebbe di gestire le controversie nella maniera più orizzontale e diretta possibile, fra gli interessati. Il Potere cerca di infantilizzarci (i bambini sono considerati come incapaci di ragionare, ma è poi vero?), ci fanno credere che non siamo capaci di regolare i nostri problemi autonomamente. Per cercare di liberarci del controllo dello Stato e della società, di avere noi, in prima persona, il controllo delle nostre vite, è indispensabile mantenere la Giustizia (statale, comunitaria, morale) fuori dai nostri rapporti. Che siano rapporti diretti, senza un potere terzo e senza autorità fra gli individui. Rifiutare sbirri e giudici non significa, poi, fare per forza ricorso ad altre forme di autorità, più o meno istituzionalizzate, come forme comunitarie o mafiose. Un giudice resta un giudice, che sia in toga o in sottana. E non tutti gli sbirri sono al servizio dello Stato.
Il controllo e la repressione statale (giudici, sbirri, mediatori…) o sociale e comunitaria (personalità autorevoli, leader religiosi, padroni, maîtres à penser…) sono mezzi per gestire i conflitti che sorgono fra individui o gruppi, conflitti che percorrono la società e possono avere effetti terribili per le persone coinvolte. La violenza “cieca” e la maggior parte dei conflitti non sono solo prodotti dalla società attuale, ma sono necessari all’esistenza dello Stato. Uno Stato che impone una situazione di sfruttamento e di miseria (economica, intellettuale, affettiva… più in generale una miseria esistenziale). Questa situazione è all’origine della maggior parte dei conflitti che poi lo Stato stesso pretende di gestire. Con la scomparsa dell’autorità e dello sfruttamento, anche una grande maggioranza dei conflitti scomparirà. Pensiamo a tutti i conflitti legati, direttamente o indirettamente, alla proprietà ed alla sua mancanza, alla violenza interna alla famiglia (violenza di genere e contro i bambini) e più in generale a tutta la violenza che questo mondo ci fa mandare giù ogni giorno, fino a quando straripa, spesso in modo casuale, senza cioè prendersela con i veri responsabili (come dovrebbe fare una violenza liberatrice).
Non siamo stupidi e non ci nascondiamo dietro un dito. Forse ci saranno sempre violenza e conflitti fra le persone, anche una volta aboliti lo sfruttamento e l’autorità. Ed in questo mondo non è facile risolvere alcuni problemi senza fare ricorso, per esempio, agli sbirri. L’esempio che tutti tirano fuori è quello della vittima o dello spettatore di un’aggressione. Qualche suggerimento potrebbe essere l’evitare di riprodurre comportamenti autoritari, condannarli ed intervenire direttamente quando qualcuno è in difficoltà, per aiutarlo a difendersi o eventualmente a vendicarsi (senza in un alcun caso sostituirsi agli interessati per “fare giustizia” al posto loro). Bisognerebbe anche abbandonare le categorie di “criminale” e “vittima”, sapendo che ci sono solo individui tutti diversi ed unici, con i loro rapporti reciproci. Non abbiamo, chiaramente, soluzioni miracolose. Ma che sia chiaro che questo mondo, con il suo sfruttamento, la sua miseria, i suoi sbirri, non è la soluzione ai nostri problemi, al contrario esso ne è la causa.
Per finire, potremmo noi, uomini e donne di questo mondo, vivere in un mondo libero senza divorarci gli uni gli altri? La società che ci circonda ci somministra continuamente “valori” come l’obbedienza all’autorità, il rispetto della proprietà, etc. Io penso che lottando contro l’autorità possiamo diventare capaci di vivere come individui liberi ed autonomi di fronte ad essa. Lottare per la propria libertà individuale, che non può fare a meno della libertà degli altri, è il solo modo per prendersela. Nessuno ce la darà, soprattutto non coloro i quali detengono il potere, anche se li copriamo di petizioni e di schede elettorali. E la violenza, se prende di mira le cause della sottomissione, può ben essere liberatrice: non raggiungeremo la libertà senza di essa. Allo stesso tempo, inscindibilmente, lottare per essere liberi è il modo migliore per imparare ad esserlo già, almeno un po’, qui ed ora. Non è facile e questa lotta è fatta anche di una rimessa in questione sé stessi, di continui tentativi nei quali nulla è garantito una volta per tutte. Ciò richiede determinazione e di fronte troveremo la repressione, più o meno diretta, della società e dello Stato. Ma, anche nel peggiore dei casi, ci avremo guadagnato in dignità. E nel migliore… Il gioco vale la candela!

[da Lucioles, bulletin anarchiste de Paris et sa région, n. 12, ottobre 2013]

Note

[1] Rete di associazioni di cittadini che tengono sottocchio il loro quartiere o paesello e chiamano la polizia quando vedono qualcosa di “strano”. In pratica sono l’istituzionalizzazione del vecchio controllo sociale delle comunità di villaggio; si tratta di una pratica originaria dei paesi anglosassoni che sta velocemente prendendo piede in Francia, NdT

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