Nessuna paura !

Quanto deve amarli i propri figli, questa società, per castigarli con tanta tenacia! A partire dal decreto del 1945, che creava i tribunali per minori e, con essi, la nozione modernizzata di “delinquenza giovanile”, lo Stato non ha più smesso di creare strutture che hanno come scopo l’irreggimentare, l’educare e soprattutto il domare quelli che le sue istituzioni, in primo luogo la scuola, non sono riusciti a mettere sul “retto cammino”. A quel tempo non ci si poteva certo più trovare, nella più giovane età, a contatto con prigionieri adulti od essere mandati al bagno penale, ma era sempre possibile finire in un settore specifico delle case circondariali o dei penitenziari, oppure in istituti che combinavano “assistenza” psichiatrica, impiego fisso del tempo e, per i più recalcitranti, sanzioni punitive. Il potere sosteneva allora di voler venire in aiuto ai “giovani fuori strada”, nel quadro di quella che si chiamava Educazione Sorvegliata. Così, per più di 40 anni, si sono succedute un mucchio di istituzioni, tutte tese a rispondere ad una gloriosa missione educativa, che rifiuta di presentarsi come “punizione”, ma al contrario si vede come una seconda possibilità data a quei “delinquenti” incompresi. Si tratta degli Istituti Speciali di Educazione Sorvegliata (Institutions Spéciales d’Éducation Surveillée, ISES), dei Centri di Osservazione Pubblica dell’Educazione Sorvegliata (Centres d’Observation Publique de l’Éducation Surveillée, COPES), dei Centri di Osservazione dei Minori (Centres d’Observation des Mineurs, COM), dei Centri Chiusi di Osservazione (Centres Fermés d’Observation, CFO), delle Unità Educative a Controllo Rafforzato (Unités Éducatives à Encadrement Renforcé, UEER), poi dei Centri Educativi Rafforzati (Centres Éducatifs Renforcés, CER). Tutte strutture repressive/educative che, pur cambiando di nome, hanno mantenuto la stessa funzione e che hanno finito per essere messe, all’inizio degli anni ’90, sotto la tutela della Protezione Giudiziaria della Gioventù (Protection Judiciaire de la Jeunesse, PJJ), che dipende a sua volta dal Ministero della Giustizia.

All’inizio degli anni 2000, il governo promulga la legge Perben “di orientamento e di programmazione della giustizia”. Essa permette, fra l’altro, di accogliere denunce e di prendere misure penali nei confronti di minori dai 10 ai 13 anni e di metterli, a partire dai 13 anni, in detenzione provvisoria. Nel quadro di questa legge vengono creati i Centri Educativi Chiusi (Centres Éducatifs Fermés, CEF), che “accolgono”, in altre parole rinchiudono, minori di più di 13 anni che sono sottoposti ad una misura di affidamento accompagnata da una misura di controllo giudiziario o da una condanna ad una pena detentiva con condizionale accompagnata da una messa in prova. Nascono così 44 di questi centri (per un totale di 500 posti), in cui sono mandati principalmente i “plurirecidivi”, autori di furti, traffico di droga od aggressioni a sfondo sessuale, così come tutti quelli che non sono riusciti ad “integrarsi alle strutture educative”. Nonostante sia accompagnato da una pena detentiva, l’inserimento in questo tipo di centri viene presentato come un’alternativa alla pena detentiva stessa. L’obbligo di andare a scuola e l’irreggimentazione continua da parte degli educatori in un ambiente chiuso vorrebbe ancora essere una prova della benevolenza dello Stato nei confronti dei suoi cari angioletti (raramente) biondi.

Per quanto riguarda quelli per i quali la vecchia ipocrisia del modello educativo “classico” sembra essere una riposta troppo dolce, lo Stato metterà i puntini sulle i. Con la legge del 5 marzo 2007, relativa alla prevenzione della delinquenza e la conseguente costituzione degli Istituti Penitenziari per Minori (Établissements Pénitentiaires pour Mineurs, EPM), lo Stato non lascia alcun dubbio sulla maniera in cui intende trattare questi “delinquenti giovanili”. É ora possibile condannare a pene detentive i minori dai 13 ai 16 anni, con pene che possono andare fino alla metà di quelle previste per gli adulti, e non applicare più la “scusa della minore età” per chi ha superato i 16 anni, in special modo se accusato di violenza recidiva, condannandolo quindi a pene simili a quelle che toccano agli adulti.

Il potere si appoggia anche, come sua abitudine, su alcuni avvenimenti molto mediatizzati. Lo scorso 21 novembre, le carogne del governo hanno approfittato dello “scandalo” provocato dall’ennesimo squallido episodio di cronaca, che aveva avuto luogo nel 2010, per fare in modo che ogni minorenne sospettato di “crimini gravi” sia ora sistematicamente messo in un Centro Educativo Chiuso (CEF). Poco dopo, hanno anche annunciato l’aperture di 20 nuovi CEF entro il 2015. Il Partito Socialista, sempre pronto ad alzare la posta in gioco nel banchetto dell’orrore, promette, se vincerà le elezioni, di raddoppiarne il numero.

Per tornare agli EPM, si tratta di istituti gestiti congiuntamente dalla PJJ e dall’Amministrazione Penitenziaria (AP) il cui scopo é di sostituire i Reparti per Minori (Quartiers pour Mineurs, QM) delle Case circondariali. Esistono attualmente sette di questi istituti, di 60 posti ciascuno; le Unità Locali d’Insegnamento (Unités Locales d’Enseignement, ULE) vi dispensano corsi scolastici che permettono di ottenere diplomi fino al livello della maturità. L’impiego del tempo vi é rigidamente suddiviso fra corsi, attività volte a calmare le tensioni e a indorare la pillola dell’imprigionamento, e infine chiusura in cella. Esistono poi numerosi regimi che permettono di domare i prigionieri ed assicurare il mantenimento della disciplina. Vanno dal “regime di controllo”, in cui il prigioniero é privato di attività e deve restare chiuso in cella, al “regime di responsabilità”, che, in caso di “buona” condotta, permette di disporre di computer, di consolle di videogiochi o di una sala di proiezioni. Gli incontri regolari con educatori e con psicologi e la sorveglianza permanente dei guardiani e delle telecamere adempiono alla funzione di controllo, che dovrebbe prevenire ogni tentativo di ribellione. Se, alla fine, i detenuti sono ritenuti troppo recalcitranti, sono mandati in isolamento.

In fin dei conti, fra misure di affidamento “classico”, come Case famiglia e Centri di Azione Educativa (Centres d’Action Éducative CAE), Centri Educativi Rinforzati e l’”accoglienza” in un CEF, che dovrebbe essere una via di mezzo fra i primi e la detenzione in un EPM o in un penitenziario, é stato costruito tutto un insieme graduato di sanzioni ed ognuna di queste differenti galere rappresenta un livello maggiore nella sacrosanta crociata contro la “delinquenza”. Negli ultimi tempi, la legge poi ha instaurato un nuovo dispositivo, cioè l”affidamento dei minori (per una durata che va dai sei mesi ad un anno) in un EPID (Etablissement Public d’Insertion de la Défense, Istituto Pubblico di Inserimento della Difesa) dove devono effettuare uno stage di reinserimento inquadrato dall’esercito, con la relativa disciplina. Per definire con alcune cifre questa crociata: circa 800 minorenni sono attualmente detenuti in Francia, di cui più di 300 in EPM (il che significa che gli altri 500 sono rinchiusi nei Reparti per Minori dei penitenziari); tutto ciò senza contare i circa 500 piazzati in CEF, che non sono ufficialmente considerati come detenuti. Essi sono, in questo modo, costantemente obbligati a subire la pressione di quell’universo di sanzioni, di consigli di disciplina e di formattazione educativa. I risultati di una tale macina sono d’altra parte facili da immaginare: per dare un’idea, su 160 detenuti in EPM, nel 2008, si contavano già 72 tentativi di suicidio.

Per fortuna, tutto ciò non ha impedito tentativi di evasione. Alcuni riusciti, come a Marsiglia nel febbraio 2008, quando due detenuti sono scappati attraverso il tetto dell’EPM. Altri che restano allo stadio di bei tentativi, come a Lavaur [vicino a Tolosa, NdT] il 13 giugno 2009, quando un adolescente sparisce al ritorno da un’attività esterna, o ancora il 2 maggio scorso a Marsiglia, quando quattro detenuti sono riusciti a prendere le chiavi di una secondina dopo averla pestata e legata.

Tutto ciò non ha potuto impedire alla ribellione di esprimersi, fino ad arrivare a volte a vere e proprie sommosse, come all’EPM di Meyzieu [vicino a Lione, NdT], il 18 giugno 2007, o a Lavaur, il 7 maggio 2011. Durante questa grossa rivolta, alla quale hanno preso parte quasi tutti i detenuti, decine di celle sono devastate, membri del personale vengono aggrediti e ci sono diversi tentativi di incendio. Il potere, da parte sua, esita, per domare un tale disordine, a ricorrere agli ERIS (Équipes Régionales d’Intervention et de Sécurité, Squadra Regionale di Intervento e di Sicurezza – un po’ come i GOM italiani, NdT), un corpo specialmente preparato per l’intervento nelle carceri, la cui brutalità é risaputa.

Ma la contestazione non si esprime necessariamente solo nell’opposizione fra i detenuti e le loro guardie. Atti di solidarietà contro la detenzione dei minori hanno anche avuto luogo all’esterno, ad esempio l’occupazione, nel 2006, del futuro cantiere dell’EPM di Orvault [vicino a Nantes, NdT] accompagnata da una settimana di iniziative, volantinaggi massicci, striscioni, attacchinaggi di manifesti, scritte sui muri. Diversi locali della PJJ sono stati bloccati con catene e ridecorati molte volte. C’è stata anche la rapida occupazione, lo stesso anno, del cantiere dell’EPM di Lavaur durante la quale gli si sono arrecati danni. Nel giugno 2007, vengono messi due ordigni incendiari nel cantiere dell’EPM di Chauconin [vicino a Parigi; NdT]: uno dei due distrugge parzialmente la cabina di una gru. Ci ricordiamo anche della torta in faccia alla vicedirettrice dell’EPM di Lavaur, nel novembre 2008, mentre partecipava ad un dibattito a Tolosa nel quadro della Giornata Nazionale sulla Prigione. O ancora le numerose scritte murali, in particolare sul municipio di Porcheville [ancora nella regione parigina, NdT], nel 2007, dopo un presidio davanti all’EPM di quella città, o nel 2011 sui muri di quello di Orvault, dopo il suicidio di un detenuto – lì si poteva leggere “L’EPM uccide”.

Più di recente, il 5 luglio 2011, una decina di persone imbratta i locali della direzione interregionale della PJJ di Labège [vicino a Tolosa, NdT], ricoprendo i muri, le scrivanie ed il materiale informatico con un liquido composto di urina ed escrementi. In conseguenza di quest’azione, il 15 novembre i gendarmi perquisiscono sette luoghi di abitazione nella zona di Tolosa, sequestrando computer, cellulari, libri, manifesti e un bel po’ d’altra roba. Quattro persone, sospettate di aver partecipato all’azione, vengono messe in detenzione preventiva, una in libertà vigilata e un’altra deve tenersi a disposizione del giudice in quanto “testimone”. Ci sono allora, qua e là, numerose iniziative di solidarietà, fra cui una manifestazione a Tolosa, il 17 dicembre, diversi presidi, attacchi alla PJJ, piccole manifestazioni selvagge e scritte sui muri […], in particolare a Poitiers, Lione, Bordeaux, Montpellier, Milano, Bruxelles e Parigi. Il 20 gennaio scorso, una prima persona imprigionata nel quadro di questa inchiesta viene liberata, poi altre due l’8 febbraio, tutte messe in libertà vigilata.

Fino a che tutte le prigione siano rase al suolo.

[N.B. Le 4 persone imprigionate in seguito all’operazione poliziesca del 15 novembre sono state “liberate” (una il 20 gennaio, altre due l’8 febbraio e la quarta il 16 febbraio 2012). Tutte e quattro sono in libertà vigilata]

[Tratto da Lucioles N°6, febbraio/marzo 2012]

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